TEROLDEGO: ORO, CATRAME O SANGUE DI DRAGO?

“Potus acquae sumtus fit edendi valde nocivus” (Il bere troppa acqua a tavola è nocivo –).

Non sapevo come iniziare questo mio intervento e mi sono detto: citazioni e aforismi fanno sempre effetto… intanto moltissime persone le usano “ad minchiam”, perché danno un tono e per una volta anch’io la butto lì anche se non ha senso.
Intanto siamo giunti alla penultima regione che vado a visitare come “La Capra Enoica”: per questo mio intervento ritorno nel profondo nord e sbarco in Trentino Alto Adige (più Trentino che Alto Adige).
Cosa ricordo del Trentino?
Maggio 2001, Riva del Garda: sono stato invitato, in qualità di Teroldegogiornalista, a un’iniziativa della provincia di Alessandria presso la Biteg, la Borsa Internazionale del Turismo Eno Gastronomico.
In terra trentina ci arrivai in auto blu (fa un bell’effetto, devo proprio dirlo, ti fa sentire qualcuno io che al massimo ero stato eletto nei primi anni ’80 in Consiglio di Quartiere e giravo con la mia R4 TL dove TL stava per “Turismo Lento”) e conobbi il testimonial scelto dall’ente intermedio per promuovere la cultura gastronomica alessandrina: uno chef di peso, Gianfranco Vissani.
Era la prima volta che toccai terra trentina: poi ci capitai una seconda volta, un 2 gennaio di due o tre anni fa… andai e tornai da Trento in treno in un giorno per incontrare e conoscere due persone (per la privacy non posso dire ne chi sono ne il motivo quindi non scervellatevi nello sperare che mi confessi oltre).
In entrambe le occasioni non toccai vino… trentino (o altoatesino).
Una terza volta mi capitò di “vedere” il Trentino… si, avete letto bene: “vedere”!!! (una regione la si può vedere anche senza metterci piede dentro).
Mi trovavo al Forte Varena nel comune di Roana (Vi), da dove parti il primo “colpo di mortaio” italiano della prima guerra mondiale (il primo colpo austriaco seguì il primo colpo italiano e centrò in pieno Forte e lo distrusse) e nell’indicarci dove era posizionato il fronte asburgico ci dissero (e indicarono) che ora è territorio della provincia di Trento.
In quell’occasione dalla sommità di ciò che resta del Forte Varena fissai verdi boschi trentini.

Stop!

I miei ricordi legati a questa regione, però, sono legati principalmente a un vino che mi piace, anzi che adoro: il prestigioso Teroldego Rotaliano, il vino principe del Trentino, che ho bevuto sempre e solo in Alessandria e mai quando sono andato in quelle terre.Teroldego
Il nome mi porta pensare a un cavaliere medioevale… Teroldego, signore della piana rotaliana, che dall’aspetto austero arriva in Trento, davanti al Castello del Buonconsiglio, scende dal suo destriero e dice… “datemi da bere del buon vino rosso”, gli fecero assaggiare un ottimo vino e quando chiese il nome di questo nettare l’oste fece scena muta facendo capire che non ne aveva e il Cavaliere, allora, lo battezzò dicendo: forte e deciso come son io quando impugno l’elsa del mio spadone per questo ti chiamerò Teroldego (mizzeca che fantasia…).
Invece il nome di questo vino parrebbe derivare dal tedesco ovvero “Tiroler Gold” (oro del Tirolo quindi, avviso per i maliziosi, “Tiroler” non fa alcun riferimento a movimenti fallici) mentre altre fonti affermano che la radice “Teer” (catrame in tedesco) indichi una caratteristica di questo capolavoro enologico che i francesi chiamano con il termine “godronato” ovvero “catramato”.
TeroldegoComunque oro o catrame che sia (da parte mia preferisco l’oro) il Teroldego Rotaliano è un signor vino che quando lo bevevo (la solita bottiglietta a pasto) mi donava spettacolari sensazioni sia al palato sia nella mente e riusciva a coinvolgere proprio tutti i miei sei sensi: la vista (nell’osservare il suo colore rosso rubino nel bicchiere), l’udito (nel fare cin cin con un amico o se da solo con la bottiglia fedele taciturna compagna di cena, la svuotavo e non diceva mai nulla), il tatto (nel tenere in contemplazione il bicchiere tra le mani), l’olfatto (nell’annusare quel fantastico e intenso profumo di vino), il gusto (chiaramente nell’avvicinarlo alle mie labbra e godendo del suo sapore deciso) e la mente (il sesto senso – cosa vi aspettavate – che si apriva completamente inebriata da questo eccellente prodotto dalla terra trentina e dalle sapienti mani dei vignaioli).Teroldego
E poi mi è piaciuta molto la leggenda che ci racconta la nascita del vitigno di Teroldego e con questa vorrei chiudere questo mio intervento: oro o catrame la leggenda è sempre la più bella delle origini!
Nelle grotte del Castel San Gottardo (di cui rimangono alcuni resti sul Monte di Mezzacorona) “alloggiava” un Drago, vero flagello della zona e gli abitanti erano impauriti da questa presenza. Il Conte Firmian, giovane Cavaliere di una delle storiche famiglie del paese, decise di affrontare il mostro: un giorno si avventurò, armato di lancia e spada, per la montagna e davanti alla dimora del Drago depose una ciotola di latte (di cui la “bestia” era ghiotto) e un grande specchio. Il profumo del latte attirò il Drago fuori dal suo anfratto e nello specchiarsi provò stupore e vanità. Quello fu il momento propizio e il baldo Cavaliere lo trafisse mortalmente. Durante la festa per questa liberazione gli abitanti portarono in trionfo il Cavaliere e anche le spoglie del Drago da cui caddero, sul terreno, alcune gocce di sangue da cui germogliarono i ceppi di Teroldego. Ancora oggi la popolazione chiama questo vino: Sangue di Drago.

Fabrizio Capra

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