Star Wars XI: il ritorno del Moscato d’Asti

Inzia, qui, quello che vuol esser un racconto di cuore, puramente passionale su un vino che ogni volta mi fa battere il cuore.

È una serata fresca ed uggiosa di quelle tipiche d’autunno dopo una lunga estate afosa.
Si decide di mangiare carne,siamo io e Paola, la mia fidanzata, e una bottiglia di vino rosso, una grande bottiglia, molto importante, uno dei Syrah italiani più importanti.
La serata trascorre in modo perfetto, come ci si poteva aspettare con una bottiglia di rosso simile.

È la fine del pasto l’inizio di tutto, ci fa raccontare, chiacchierare, viaggiare che il tempo ci sfugge di mano e ci ritroviamo in un bicchiere di Moscato d’Asti D.O.C.G. 2016 di Emilio Vada.
Si sarebbe potuto discutere per ore di quel Syrah meraviglioso ma non l’abbiamo fatto, il Moscato di Vada ci ha guidato come uno di quei vecchi saggi ignoranti di montagna che citavano Dante a memoria come scrive Guccini; uno di quei vini che se mai avesse avuto un nome si sarebbe chiamato Amico.
Spesso amo giocare e divertirmi con un bicchiere di vino, la semplice degustazione non mi basta più e allora si gioca, si guarda, si annusa, si assapora ed in modo istintivo si chiudono gli occhi e quale che sia la prima sensazione, emozione o suggestione che ci viene in mente la si racconta.
La mia è quella della serenità duratura, forse le bollicine finissime unite alle note di miele, di fiori di acacia di leggera salvia e purea di pera matura hanno rievocato nella mente questa immagine molto bella ma che sicuramente si ritaglia un leggero abito di banalità fuggevole.
Lei, Paola, è molto più rapida di me nello scorgere la sua immagine, il colore, il profumo e un buon sorso ben dosato e distribuito nel palato e poi come in un rapido cortometraggio l’esclamazione che mi ha colto di sorpresa: una guerra stellare!!Star Wars!!Come una lotta!!
Oggi in molti tendono a nascondersi con protervia dietro ad un dito parlando del Moscato d’Asti, dimenticando il lungo percorso che ha dovuto sostenere.
Molti oggi lo bevono dimenticando le lunghe battaglie politiche ed etiche che questo vino ha dovuto combattere per annoverarsi, oggi, tra i vini dolci più famosi del Mondo.
L’eterna lotta tra il bene e il male, Jedi e Sith che traggono i loro poteri dal lato chiaro o oscuro di un campo di energia mistica denominato Forza.
Senza l’eccessivo bisogno di spingersi cosi lontano nello spazio, con l’immaginazione ci troviamo nelle colline a sud est del Piemonte dove la coltivazione della vite è un’arte molto antica. Distese di colline dipinte da un’uva che a tratti pare ricoperta di magia: il moscato bianco.
Nella provincia di Asti e relativamente ad alcune eccezioni anche in quelle di Cuneo e nell’alessandrino si contano cinquantadue comuni iscritti nell’albo dei territori che possono fregiarsi della denominazione d’origine garantita.
Come tutti i grandi miti anche quello del Moscato d’Asti ha conosciuto tempi incredibili, anni in cui le vendite schizzavano alle stelle, produzioni che vedevano il Consorzio di Tutela del Moscato d’Asti combattere con le esigenze di un mercato sempre più ingordo.
Basta giocare coi numeri per rendersene conto, si è passati dal 2002 in cui venivano prodotte poco più di 5 milioni di bottiglie al 2011/2012 in cui se ne sono prodotte circa 25 milioni. Il Moscato d’Asti è stato vittima del suo stesso successo.
Tralasciando per un momento l’Asti Spumante, il Moscato d’Asti classico segue un metodo di produzione differente.
Questo vino si ottiene da uve 100% moscato bianco,queste vengono spremute in maniera più soffice possibile, successivamente il mosto lasciato in vasche d’acciaio inossidabile viene portato a bassa temperatura bloccando la fermentazione per mantere la caratteristica più importante: la dolcezza. Una volta che il mosto refrigerato viene messo in autoclave, parte la fermentazione che avverrà molto lentamente e dopo un paio di mesi sarà bruscamente interrotta tramite un abbassamento di temperatura quando la trasformazione degli zuccheri avrà raggiunto il livello stabilito dal disciplinare (circa 5.5.% vol.).

Dove sta allora la lotta, la guerra stellare di “starwarsiana” memoria?

Il mondo del vino si trova più che mai ad un bivio, da una parte la continua necessità di ridurre i vigneti per contenere un’offerta eccessiva che sarebbe causa del crollo incontrollato dei prezzi, strada che condurrebbe quanto meno alla ricerca di una qualità oggettiva del vino e dall’altra il desiderio spesso maniacale di portare tutti i vini in ogni angolo del mondo con l’unico scopo di sfondare letteralmente il mercato.
Ci sono vignaioli che con abilità, caparbietà e costanza sono stati capaci di dare onore e forza ad un vino apparentemente semplice. Pensiamo alle pratiche di coltivazione, le rese basse, la concentrazione delle piante per ettaro, la non concimazione dei vigneti e tutto ciò che ad un uomo è concesso fare o non fare per puntare all’estrema qualità del vino.
Durante gli anni della “moscatomania” i vigneti del Moscato d’Asti hanno assistito ad una crescita continua delle rese per ettaro fino a quelle consentite oggi che si attestano agli assurdi 115 quintali d’uva per ettaro, non propriamente numeri che tendono alla qualità.
Vignaioli legati alla tradizione antica quelli del lontano 1967 quando la D.O.C. del Moscato d’Asti nascque e vignaioli molto preparti sono quelli di oggi.

La guerra allora dove sta? chi è il vero nemico da combattere? Forse siamo proprio noi?

Credo che sommariamente il nemico sia il consumismo, il desiderio di vendere ovunque un vino che dovrebbe esser si per tutti ma non da tutti, una smodata svendita di un vino che dovrebbe esser considerato molto più prezioso. Il Moscato d’Asti non ha saputo vendersi, non ha rispettato il sudore di quelle persone che l’hanno creato, solo oggi, lentamente, sta ritornando un profondo rispetto per un vino che da solo spesso ha trainato il mercato enologico dell’intero Piemonte.
Per anni i grandi colossi della distribuzione hanno setacciato tutti i comuni in cui si produceva il Moscato d’Asti D.O.C.G. che fosse esso pronto o da autoclavare, vendendolo a prezzi miseri, sdoganandolo e smerciandolo come birra di quart’ordine in quasi tutto il Mondo.
Il Moscato d’Asti D.O.C.G. 2016 di Emilio Vada è un vino verametne fine e finalmente vocato e qualitativo. Ci si accorge subito, bevendolo, di come anche lui conservi dentro se sia gli anni felici che le cicatrici, le memorie, come se ci volesse ricordare che quello che oggi vediamo come un fine filo dorato è passato attraverso mani maldestre, mani incuranti, mani di gente che voleva trasformare questo splendido vino in una mera icona di finta italianità nel Mondo.

Facciamo i complimenti ad Emilio Vada, lui come tanti produttori bravi, ha saputo recuperare un vino cosi prezioso, seguendo la strada già tracciata da coloro che un tempo, compiendo una scelta coraggiosa, avevano capito la vera importanza del Moscato d’Asti.

 

Andrea Pilu

 

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