Sicuro : LA BARBERA È FEMMINA !

Una chiacchierata con la Barbera

Avete mai avuto la sensazione di conoscere una persona da sempre nonostante non vi siate mai incontrati?
La sensazione di osservare un quadro d’autore e sentirsi immersi nei paesaggi da lui rappresentati, seduti insieme ai protagonisti.
Durante la lettura de “LA BARBERA È FEMMINA” la sensazione è stata quella di riconoscere come personali ed a tratti familiari certi incisi dell’autrice, Marzia Pinotti, quasi come se ad un certo punto, nel seguire i suoi sali e scendi tra le colline piemontesi, arrivasse lei e mi dicesse: “proviamo questa BARBERA che poi capirai”.

Marzia, bresciana di nascita, donna italiana per vocazione, dopo aver conseguito una laurea in letteratura inglese, nel 1995, come scritto da lei sul suo blog la vite in fermento inciampa nel mondo del vino quasi per caso.
Come tutte le cose non programmate, quel pizzico di improvvisazione è utile a render tutto più naturale e da li il percorso diviene sempre più sottile, grazie ad una laurea in enologia e viticoltura, corsi sommelier e tanti ma tanti sali e scendi lungo le colline del giardino enologico più bello del Mondo: l’Italia del Vino.

Racconta storie di vignaioli, di vigneti che hanno riconquistato verve e pregio, di personaggi dell’enologia italiana che hanno segnato la sua vita. In questo libro dove la BARBERA è il soggetto, lei si racconta quasi involontariamente, come fosse un’autobiografia, si parla di Marzia, soggetto narratore di un vino recuperato prima dal profondo del suo cuore e poi dall’enologia di quei viticoltori da lei intervistati.

Un vino per esser capito va bevuto, istintivamente deve percorrere le tue vene, il suo profumo deve inebriarti, il tuo sangue deve contenere tannini e polifenoli, solo a quel punto puoi aver l’ardire di parlar di lui.

Marzia in più di dieci anni ha fatto si che la BARBERA entrasse nelle sue vene, una trasfusione di passione diretta da coloro che la BARBERA la producevano da anni, che tramandavano la grandezza spesso inespressa di quest’uva, da coloro che negli anni ’60 e ’70 hanno compiuto l’autentico miracolo che ha permesso ad un’uva e ad un vino di salvarsi, forse.

Sulle orme mai svanite di Giacomo Bologna, Marzia ha cercato quei produttori che sulla strada dell’esaltazione territoriale le si ponevano davanti ognuno con un carattere diverso, ognuno alla ricerca della vera essenza della BARBERA.

…I collant son quasi sempre di sinistra Il reggicalze è più che mai di destra… la pisciata in compagnia è di sinistra Il cesso è sempre in fondo a destra. (destra-sinistra G.Gaber 1994)

Il Signor G, su questa vita ricca di contrapposizioni, spesso inutili, aveva disegnato un’Italia che viveva di differenze ridicole, destra e sinsitra, un morboso inseguimento e tentativo continuo di separare le attività umane. La BARBERA grazie al fiume Tanaro, che taglia il Piemonte in due comparti eno-pedologici differenti, è come se giocasse insieme a Gaber su come una BARBERA possa o debba essere di destra o di sinsitra.

Ci spiega subito, Marzia, che la BARBERA è uva capace di leggere il territorio e il produttore, un’uva psicologica ed antropologica, dove la grandezza sta nel rispetto che le si deve nel condurla con sapienza dalla vigna alla cantina. I produttori da lei intervistati si sono applicati negli anni per esaltare quest’uva, a conti fatti ogni bottiglia portava intimamente il carattere del proprio creatore.

…la grande differenza tra i vini della sinistra e i vini della destra del Tanaro dipende forse dalla natura del territorio, ma certametne dall’orientamento geografico. Le colline di sinistra, ossia il Monferrato, prendono soprattutto il sole del mattino. E il sole del mattino significa luce. Le colline della destra, ossia le Langhe, prendono soprattutto il sole del pomeriggio. E il sole del pomeriggio significa calore. ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

Luce e calore, gioventù e maturità, allegria e gravità. Freschezza e leggerezza da un lato, corpo e potenza dall’altro. ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

Dalla cantina Marchesi Alfieri, Marzia inizia, continua e termina il suo viaggio nel cuore della BARBERA, li incontra Mario Olivero l’enologo dell’azienda ma soprattutto la Marchesa Giovanna San Martino.
Gli assaggi si susseguono di anno in anno per capire l’intimo segreto che è celato in un’uva come la BARBERA. Uva eclettica che si fa piacere subito, immediata e cordiale, popolana e popolare, pop, nelle sue molteplici coniugazioni enologiche, frizzante, giovane, invecchiata, riserva e superiore.

In un passaggio dell’intervista alla marchesa troviamo, forse, la grande chiave di lettura di questo vino, un vino che può seguire differenti stili ma trova nella versione più “semplice” quella più vocata. Quella che senza rendersi conto fa vuotare la bottiglia, bicchiere dopo bicchiere, quella che senza mai appesantire accompanga mano nella mano ogni assaggiatore.

Guardi, Marzia, l’Alfiera è senza dubbio un gran vino ma, onestamente, non riuscirei a berlo tutti i giorni. È alla Tota che va il mio cuore. Ho sempre voglia di berlo, perchè è il vino della quotidianità. E poi è lei la vera Barbera. E io amo la Barbera perchè è femmina come me.              ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

 

L’azienda Marchesi Alfieri si trova a San Martino Alfieri in provicnia di Asti , una delle realtà che meglio ha saputo coniugare la BARBERA tra Asti e Alba. Due sono i vini prodotti con quest’uva, la Tota una Barbera d’Asti che dopo aver svolto una malolattica in acciaio passa poco tempo in botti di rovere mai nuove, imbottigliata l’anno dopo la vendemmia. L’Alfiera è la Barbera d’Asti Superiore che affina in barriques di rovere francese (Allier e Troncais) da 225L e 500L per almeno 15 mesi.

Una cosa meravigliosa (!) che si capisce leggendo questo libro è che a Marzia la Barbera piace, piace davvero. Insomma, spesso si legge un libro e alla fine il pensiero dello scrittore è li che stenta ad uscire, aleggia nell’aria ma da spazio a mille interpretazioni. Marzia ama la BARBERA, la BARBERA ama Marzia.

Ma come si fa ad esser amati da un’uva o da un vino?
La verità e la risposta a questa domanda è un sogno, una verità che se urlata potrebbe svanire e sta nel fatto che la BARBERA non è solo uva e vino bensì territorio, persone, sudore, colline, argilla dell’astigiano o delle langhe e sabbia colma di conchiglie nel Roero. BARBERA è la bruma sulla colline che le riveste nelle tarde e umide mattine di novembre, BARBERA è anche quella sensazione di popolare, scomodo, duro, compiacente e schivo del contadino piemontese che con te non parla ma lascia che sia il suo vino a farlo per lui.

Curioso, la BARBERA non nasce in Piemonte lo sapevate? Qui forse la svolta!

Marzia intervista Luca Rostagno nell’Agosto del 2014 sulla sabbiosa collina “Marun”, un vero e proprio “cru” di BARBERA nel Roero, in quel Roero che anni prima Matteo Correggia tanto eroicamente e tanto splendidamente aveva scommesso su quest’uva in modo del tutto pionieristico.

Ripensai a quell’affascinante ipotesi: che l’eroina di questa storia non fosse una varietà piemontese, come avevo sempre ritenuto, ma fosse in realtà una varietà originaria del bacino del Mediterraneo. ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

Era una creatura che aveva bisogno di caldo, e di siccità – era un dato di fatto – e forse questo aspetto offriva una chiave di lettura della sua complessa natura…                                                      ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

Anima meticcia, la sua. Forse, aveva vagato scalza per il Mediterraneo, si era accampata, accoppiata, e riprodotta, aveva respirato l’aria di un luogo e poi al primo vento se n’era ripartita, senza mai metter radici. Sebbene a un tratto, nella notte dei temi, si fosse guardata attorno e avesse deciso di fermarsi su quelle dolci colline che la chiamavano per nome – un nome che non era il suo, ma le stava bene addosso; su quei terreni cosi magri, e asciutti, che la facevano sentire a casa anche se faceva sempre troppo freddo per lei; tra quelle genti che non le assomigliavano affatto, chiuse, diffidenti, di poche parole, quando lei invece parlava tutte le lingue del mondo, e amava la compagnia, e la risata. Aveva risposto al richiamo d’istinto, senza un vero motivo. ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

Non c’è altra via d’uscita, dobbiamo imparare a leggere un territorio dentro ad una bottiglia di vino!
Scorrendo le pagine de “LA BARBERA È FEMMINA” e guardandomi attorno mi sono accorto di quanto alla gente non interessi bere Barbera d’Asti, d’Alba o del Monferrato ma, comunque raramente, solo Barbera, possibilmente pagandola poco e magari trovandola facilmente al supermercato sotto casa.
Bere vino non è assolutamente obbligatorio (!), quello che ci spinge a farlo deve essere una pulsione passionale che dalla terra riporta alla terra.

E poi, a tutti gli altri nel mondo, che gliene importa del terroir? Che gliene importa del vino con l’anima, della storia che c’è dietro, della longevità, della personalità del produttore, del rispetto della materia prima, dell’emozione? C’è tutto un mondo la fuori che tutto questo semplicemente lo ignora. ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

L’epilogo di tutto questo narrare, scrivere, intervistare, chiacchierare e camminare è stato di rendersi conto che la BARBERA è destintata a svanire, come fumo d’incenso profumato che con un soffio troppo forte sfugge agli occhi prima e al naso poi.
La BARBERA negli anni stava scomparendo, quella giusta, non che ne esistano di sbagliate ma sicuramente ne esistono di inutili. Uva vittima della flavescenza nei vingeti e stava lentamente svanendo dal cuore dei contadini, stanchi, sfiaccati da una burocrazia lenta e sempre al servizio della grandi aziende, protagoniste di un mercato sul quale imperversavano imbottigliatori, canitne sociali fallite e un consorzio di tutela della DOC troppo elastico e “molliccio”.

Già, perchè prima di estinguersi del tutto, la Barbera sarebbe dovuta diventare necessariamente rara. D’un tratto un pensiero mi attraversò la mente: e se fosse stata proprio la rarità a garantirle la grandezza? Niente più produzioni sovrabbondanti, di infima quaità. Solo vini rari, preziosi, come le cinque bottiglie che mi ero portata a casa. Una beffa.                             ( LA BARBERA È FEMMINA M.Pinotti)

La questione allora si riassunme tutta attorno ad una domanda cruciale: “La Barbera può invecchiare? Se si, quanto?”
Mario Soldati era sempre alla ricerca di questa risposta, forse mai trovata e forse ancora celata ai più, arriva, forse, alla fine del libro dove una vecchia annata di Macchiona “La Stoppa” del 1974 viene assaggiata da Marzia che con grande stupore si accorge di come la Barbera muti di significato negli anni, affini il suo pubblico, maturi d’un carattere mai noto; si fa portatrice di un messaggio che tratteneva nel suo dna da quando era nata: una capacità eclettica di esprimersi con eleganza quasi fosse un vino borgognone, leggero con una struttura di sublime eleganza.

Scrivendo questa recensione e giungendo al suo epilogo mi torna alla memoria una vecchia bottiglia ferma nella mia cantina da troppo tempo, una Barbera d’Alba, di Monforte, prodotta da Renzo Seghesio: vino Barbera 1974 recita l’etichetta, la stessa che Soldati e Marzia avevano “vissuto”.
Proverò anche io a camminare sui passi di questi due amanti della BARBERA, brinderò alla salute di Mario Soldati ringraziando Marzia per aver scritto questo libro ed avermi guidato su filari che sanno di “barberità”.

Nota Personale (si può dire petaloso? si può dire anche barberità)

 

Andrea Pilu

 

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