AGLIANICO DEL VULTURE PER BRINDARE CON ORAZIO E… FEDERICO II

Guarda l’Italia che bella, 
sembra inventata
sorride a te dall’estate
e a me con le dita.

Siamo alla conclusione di un ciclo dedicato alle venti regioni italiane e ho fortemente voluto iniziare quest’articolo con le parole di una splendida canzone di un figlio illustre della terra lucana, ultima Aglianico del Vultureregione da visitare, purtroppo prematuramente scomparso: Pino Mango.
Tra un mese mi dedicherò a un qualcosa di nuovo, naturalmente sempre qui, alla corte di Andrea e Federico,
E per l’ultima “Capra Enoica” regionale, come sicuramente si è ben capito, sbarco in Basilicata… ahi, una delle cinque regioni da me mai visitate, quindi vi risparmio la solita pantomima già utilizzata e cerco di scrivere qualcosa di sensato, se mai ci riuscirò.
Cosa mi lega alla terra lucana?
Forse una vecchia battuta che faceva parte del mio repertorio quando, qualcosa come trentacinque anni fa, mi dilettavo a fare il cabarettista (poi ho scoperto che facevo ridere di più come giornalista e ho smesso!). Ve la ripropongo!
“Sapete che cos’è un fattore di potenza?” Il pubblico gridava “no” ed io impettito ribattevo “Un contadino della Basilicata”… detta questa str… cavolata, iniziamo a pensare seriamente a che cosa mi può legare a questa terra oltre che un vino che apprezzo e che ho già citato per il Molise: l’Aglianico… ma, in questo caso, quello del Vulture.
Vulture? È un nome che mi ricorda qualcosa.
Mi rileggo come d’abitudine iAglianico del Vulturel “bignamino” storico proposto da Wikipedia: presenze già nel neolitico, ci sono stati i romani (scontato), poi i Normanni quindi… eccoci ci risiamo… gli Svevi con Federico II (l’altro giorno mi sono anche beccato un documentario su di lui sfrugugliando nei video di YouTube e, naturalmente, me lo sono guardato).
Mi ricordo anche di aver scritto, ma un bel po’ di anni fa, un articolo sui prodotti tipici dell’enogastronomia lucana in occasione dell’apertura di un negozio in quel di Novi Ligure, provincia di Alessandria, e che aveva acquisito spazi pubblicitari in una rivista con cui collaboravo, anzi dove ero il direttore (ir)responsabile… una bella “marchetta” come si dice nell’ambiente se non fosse che il “buon” editore, che mi aveva promesso di farmi pervenire un po’ di prodotti di quella terra se li scordò (o se li “imbertò”) insieme a compensi di altro genere (biglietti di carta raffiguranti personaggi importanti della nostra nazione abbinati a cifre variabili da tre a cinque zeri) che mai ho visto… ma sono rischi del mestiere.
Poi il ricordo di quella terra è legato a due fratelli, il primo posato e l’altro molto meno, assai bassini, però un poco Aglianico del Vulturepiù alti dei sette nani (chiaramente non messi uno sopra l’altro, ne i sette nani ne i due fratelli), in pratica ero alti “un metro e ottantavogliadicrescere”: il duo gestiva un bar e mi facevano scoppiare ogni qualvolta li vedevo. Nella mia mente rimane impresso quando un pomeriggio uno dei fratelli, quello meno posato (quello più posato era anche sposato) rientra nel bar e rimane in silenzio, intanto io stavo consumando qualcosa: dopo un buon dieci minuti l’altro (quello posato-sposato) gli fa “ma sei andato a vedere gli orari dei treni in stazione?” e lui “si”, “ e non dici niente?”, risposta “mi hai detto di andare a vedere gli orari mica di dirti quello che ho letto”… e dopo questa sono uscito dal bar piegato in due, dopo aver visto l’espressione in volto del fratello posato e sposato.
La tiro alla lunga perché dell’Aglianico, in generale, ne avevo già un po’ parlato per il Molise e non vorrei ripetermi ma, soprattutto, non so che cosa aggiungere ancora.
Anche in questo caso l’Aglianico del Vulture l’ho scoperto in Alessandria, solito locale, e devo dire che è un gran bel vino, beh! diciamo che è un  gran buon vino, al punto da essere chiamato il “BAglianico del Vulturearolo del Sud”: un proverbio piemontese recita “Non c’è Barolo senza Barile” e Barile è un paese del Vulture dove si produce l’Aglianico (sarà poi vero che il proverbio nordico si riferisce al paese lucano?).
Si tratta di un vitigno antichissimo (già detto per quello del Molise), forse portato dai greci; nel Vulture sono stati ritrovati resti di un torchio di epoca romana, quando per i romani il vitigno antenato dell’Aglianico era la “Vitis Ellenica”.
Però il grande promotore della coltivazione di questo vitigno fu (eccolo lì) l’onnipresente Federico II di Svevia ma furono gli Aragonesi (tiè!!!) a dargli il nome di Aglianico (prima lo si chiamava Eleanico o Ellhnika da Elea citta lucana oppure Elleanico o Ellenico proprio perché proveniente dalla Grecia).
Non avendo altro da aggiungere vado a tirare le conclusioni.
E per terminare questo mio intervento, che a sua volta chiude il tour enoico delle venti regioni italiane (per aprire, dal prossimo mese di giugno, a quasi un anno dal mio esordio su questo sito, un nuovo ciclo tutto da scoprire… forse, però, l’avevo già scritto iniziando l’articolo), mi affido alle Odi di Quinto Orazio Flacco (o meglio Quintus Horatius Flaccus), per gli amici semplicemente “Orazio”, poeta latino nato a Venosa, nel Vulture, nell’anno 65 a.C.

“Nunc est bibendum”!

Ora dobbiamo bere… voi, perché per me è un qualcosa ancora off limits!

Fabrizio Capra

2 commenti

  1. GRANDE non ci son altre parole per descriverlo il Capraenoico

  2. GRANDE quando scrivi di vino e piaceri della tavola sei infinito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

AlphaOmega Captcha Classica  –  Enter Security Code